Blog: http://Gattara.ilcannocchiale.it

Cronache di una giornata disastrosa tra la fabbrica dei sogni e l’incubo peggiore ( che poi però diventa fonte di poesia)

Per un errore madornale della mia capacità (limitata) di organizzazione, ieri mi sono ritrovata coinvolte in due, come si dice in gergo tecnico?, visite d’istruzione. La mattina ho portato la classe I C negli studi di Cinecittà (eccezionalmente aperti al pubblico fino a Novembre). La visita è molto piacevole ed interessante tra vecchie scenografie e abiti di scena dei film più importanti. Permette poi di vedere alcuni documentari sulla storia della costruzione di Cinecittà, con il passaggio glorioso di grandi star come Liz Taylor e Anna Magnani, il grande apporto di Federico Fellini, la postproduzione di un film e alcuni provini di vecchi e nuovi attori. Solo che per me si è aperta con un a enorme discussione con due colleghe, che avevano deciso, senza consultare gli altri colleghi, che avrebbero preso la prima guida disponibile alle 11,30, mentre gli altri avrebbero dovuto partire con il giro delle 11,45. Per me era un problema, perché alle due avevo il pullman per Rebibbia con gli studenti che, nel nostro liceo, partecipano al progetto “Libera”. Mi ha dato fastidio: 1) Che non abbiano tentato nemmeno di giustificarsi, dicendo magari che dovevano ritirare i bambini all’asilo o accudire i vecchi genitori; 2) Che abbiano dato la colpa a me, perché non mi sarei informata adeguatamente sugli orari. Mi hanno dato le spalle per tutto il tempo che siamo stati in biglietteria e poi sono partite di corsa, mentre ancora io stavo dicendo ai ragazzi che saremmo usciti di lì molto più tardi del previsto e quindi che avvertissero i genitori. Fortunatamente poi le guide iniziano a spiegare contemporaneamente tutte alle 11,00. Risolto questo problema comincio a vedere un ragazzino, che si aggira come un’anima in pena e quasi con le lacrime agli occhi, perché ha perso i 10€, che gli hanno dato i genitori. Si rifà tutti i viali che abbiamo percorso e io avanti e indietro per seguire sia il gruppo che lui. Torna disperato, ma, mentre ne parliamo un ragazzo del quarto che è con noi, dice che un suo compagno ha trovato proprio dieci euro. Glieli riconsegna e ricominciamo felicemente a seguire il tour. H.11,30 circa: cado rovinosamente per aver preso una storta in una delle tante buche. Per fortuna (per la terza volta) non mi sono fatta niente. All’una usciamo e di corsa a scuola per prendere il pullman per Rebibbia. Mangio di corsa due panini più che insipidi al bar della scuola. Ma sono le due e un quarto e l’autobus non si vede. Un genitore ci dice che ce n’è uno parcheggiato dalla parte opposta del viadotto. Ripiglio l’auto e vado a chiamarlo. Viene di fronte la scuola, raccoglie tutti e finalmente si parte. Dopo la lunga procedura di riconoscimento e abbandono di tutti gli effetti personali, entriamo. Un settore del teatro rimane completamente vuoto e poi capiamo perché. Si riempie tra guardie carcerarie trafelate di energumeni tatuati. Ai ragazzi intorno a me chiedo:”Indovinate un po’ chi sono?” e sono, non c’è dubbio, perché l’abito fa il monaco, i detenuti del reparto G8 di Rebibbia. La regista Laura Salerno (moglie dell’indimenticato Enrico Maria Salerno) ci racconta in poche parole la trama del testo scelto per la rappresentazione (il sogno di Fitzcarraldo di costruire un teatro dell’opera al centro della foresta amazzonica visto dai marinai imbarcati sulla Balorda) e le sue coincidenze con la storia umana dei carcerati, portata già al teatro Quirino dalla stessa compagnia teatrale dei detenuti. Ridendo ci dice che, fortunatamente, è l’unico teatro in cui non è necessario dire che bisogna spegnere i telefonini ( e ti credo..è stata la prima cosa che ci hanno tolto quando siamo entrati!) Lo spettacolo è bellissimo, i carcerati bravissimi nella loro spontaneità, che è in perfetta sintonia con i personaggi interpretati. Durante il viaggio progressivamente si appassionano ai libri di Fitzcarraldo (soprattutto la storia dell’Olandese Volante, libretto che si litigano pur di sapere come vada a finire questa storia del Vascello sul quale tutti si trasformano in fantasmi, perché il comandante ha venduto l’anima al diavolo) e al grammofono con il quale sentono i dischi con i pezzi più famosi delle opere liriche. Con la voce di Caruso riescono pure a scampare ai tagliatori di teste che pensano che quella sia la voce degli dei e quindi li riempiono di offerte di cibarie varie. L’applauso finale mi fa venire il doppio del groppo in gola che normalmente mi viene quando a teatro il pubblico rende omaggio agli attori e alla storia raccontata. La storia degli uomini che si salvano solo tramite l’amore per le cose belle e quindi per la cultura. Usciamo tra ali di guardie penitenziarie che ci chiedono continuamente il pass (quanto sarebbe facile in questo momento che un detenuto uscisse con il pass di un visitatore??). Mentre aspettiamo che si riaprano quelle porte, quelle pesanti lastre bullonate d’acciaio con le feritoie, mostro ai ragazzi un murales sul recinto esterno, che raffigura un topo gigantesco, che apre un varco con una grossa sega. Ci sentiamo un po’ come Aida e Radames redivivi solo che per noi “si schiude il ciel” della nostra bellissima libertà!

Pubblicato il 13/10/2011 alle 9.11 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web