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Quando un genitore tenta di forzarti la mano

Da giorni si ripete, tra le notizie, quella di un Liceo, il Parini, credo di Milano, in cui alcuni professori hanno chiesto il trasferimento pur di non subire le pressioni dei genitori, che rivendicano per i propri rampolli voti migliori o addirittura promozioni.
Proprio martedì scorso è successo anche a me. Mi si presenta questa mamma che non avevo mai visto prima quest'anno e tout court mi dice che devo aiutare il figlio, perchè tanto lei l'anno prossimo lo iscriverà ad un altro liceo. Per di più artistico. Premesso che in mente mi vengono subito gli sgorbi che verga il figlio sui compiti in classe, le chiedo come ritenga sia possibile che io possa promuovere qualcuno che ha tre fisso a latino. Le dico che sono responsabile delle mie decisioni anche nei confronti di tutti quegli altri alunni, che hanno il medesimo voto e che, alla fine dell'anno, automaticamente vorrebbero, anche loro, essere promossi. Le dico che se arrivasse un'ispezione per un eventuale ricorso e vedesse quei compiti disastrosi, qualcuno potrebbe chiedersi come mai io abbia promosso quell'alunno. Le dico che per me la decisione di trasferire il ragazzo è una notizia del tutto ufficiosa, che non posso tenere in considerazione, che potrebbe cambiare e magari la signora potrebbe poi reiscrivere, una volta ottenuta la promozione, il ragazzo di nuovo nel nostro liceo.
Allora il tono cambia. Mi dice che non ho mai incoraggiato il figlio, anzi l'ho minacciato dal primo giorno di scuola (la minaccia sarebbe il fatto che ho detto all'alunno che il compito di riparazione era stato disastroso e anche l'interrogazione, quindi avevo tentato di renderlo consapevole del fatto che era stato promosso l'anno precedente solo per dargli un'ulteriore possibilità).
Prosegue dicendo che, nell'ultimo compito, gli ho corretto un errore che ad un altro non ho corretto. "Signora, le dico, anche fosse così, avrebbe preso 3,5 anzichè 3, il che non avrebbe avuto comunque nessun effetto sulla valutazione generale.
Va avanti affermando che l'ho offeso e io:"Signora, io, per mia abitudine, non dico "Stupida" neanche alla gatta. Si figuri ad un alunno". Precisa allora che io non l'ho offeso, ma che il ragazzo si è sentito offeso e che poi che conta il liceo? Gli studi seri si fanno all'Università da grandi e anche lei ha preso da poco l'ennesima laurea.
Sono sfinita. Cedo le armi e le dico che se vuole può sottoporre i compiti di latino del figlio alla Preside o a qualsiasi altro professore di latino. E poi le chiedo:"Signora, ma invece di fare tutta questa fatica oratoria con me, non era meglio andare da suo figlio a dirgli di prepararsi bene qualche versione e di farsi interrogare, così magari in questi due ultimi mesi recuperava qualcosa?" No, è una soluzione che la signora non prende neanche in considerazione. Tanto io nei confronti del figlio sono da sempre prevenuta. La congedo. "Signora, questa conversazione non ha più nessun senso per me. La saluto. Faccia come crede"

Pubblicato il 26/3/2011 alle 11.8 nella rubrica Diario.

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